Mentre i consumi di alcol arretrano, i premiscelati sono un segmento in espansione. Tra grandi gruppi e piccoli produttori emerge una corsa italiana al cocktail in lattina e bottiglia, con un occhio sempre più attento al no alcol.
Mentre il mercato degli alcolici soffre e fatica a tenere le posizioni, i ready-to-drink (Rtd) sono l’astro nascente del mondo beverage. Tanto per avere un’idea, il report della Wine and Spirit Trade Association (Wsta) evidenzia per la categoria una crescita a doppia cifra nella distribuzione in Uk (+12% a volume e +17% a valore su base annua) per un giro d’affari di 704 milioni di sterline (circa 814 milioni di euro) nell’off-trade, mentre in parallelo gli spirits perdevano quasi 40 milioni di sterline solo nell’ultimo scorcio del 2025. Anche negli Stati Uniti la fotografia è netta: nel 2025 i volumi totali dell’alcol sono calati del 5%, mentre i ready-to-drink a base spirits sono cresciuti del 14%. Sul mercato italiano la dinamica è la stessa, pur su scala più contenuta. Secondo i dati Circana, nella grande distribuzione il segmento vale quasi 26 milioni di euro (+13,4%), per quasi 14 milioni di pezzi, ovvero +10% (rilevazione aprile su aprile). Il fenomeno è globale e strutturale. Secondo Iwsr, i ready-to-drink detengono oggi il 3,5% delle occasioni di consumo di alcol nei dieci mercati principali (erano l’1,1% nel 2014) e restano l’unica grande categoria alcolica prevista in crescita nel 2026. La spinta arriva soprattutto dai più giovani, che accelerano nella frequenza di consumo. E i big player stanno investendo, anche in Italia.
L’investimento mirato di NewPrinces
Il gruppo agroalimentare NewPrinces ha deciso di puntare pesante. Con un investimento da circa 100 milioni di euro, ha infatti acquisto l’ex stabilimento Diageo di Santa Vittoria d’Alba, nel Cuneese, rinominandolo Princes Ready to Drink. “Abbiamo costituito la più grande piattaforma produttiva di bevande (a base di alcol e analcoliche) in Italia – rimarca Angelo Mastrolia, presidente NewPrinces – e questo si integra con il nostro segmento drinks, che fattura circa 350 milioni. Questa combinazione, ne sono sicuro, apre scenari molto interessanti”. Si delinea dunque una strategia precisa. “Vogliamo incrementare la capacità produttiva al servizio dei nostri clienti del settore drinks e rimaniamo co-packer di Diageo, ma stiamo lanciando anche nuovi prodotti a marchio proprio, soprattutto energy drink che sono oggi i prodotti più moderni”. D’altra parte, la traiettoria dei consumi sembra chiara all’imprenditore: “la domanda dei giovani si orienta sempre più verso il Rtd senza alcol. Possiamo produrre anche con alcol, ma sembrano avere meno appeal. La stessa Diageo sta introducendo prodotti no alcol e anche i grandi gruppi della birra sono sempre più sullo zero. È una tendenza inarrestabile. L’alcol diventerà una nicchia, una bevanda il cui consumo diventerà sempre più limitato”. Quanto ai numeri, “il segmento beverage del gruppo raggiunge un fatturato intorno ai 500 milioni e la parte Rtd vale circa 150 milioni”. Dunque valori già oltre la nicchia, ma destinati ad un incremento, secondo l’imprenditore.
Caffo: “Nicchia in espansione”
Anche per Caffo 1915 il segmento Rtd è sotto i riflettori, pur rimandendo una nicchia. “Per noi non è una novità – precisa Nuccio Caffo, AD del gruppo calabrese – dato che siamo partiti già intorno al Duemila con il primo test, una bibita Capo’s drink a base di Vecchio Amaro del Capo. Poi abbiamo rallentato perché non sembrava scaldare il mercato, ma più di recente sono arrivate evoluzioni come il Capo Arrabbiato e il CapoTonic. Sono prodotti che vendiamo soprattutto in Italia”. L’acquisizione di Cinzano ha inoltre portato in dote un altro Rtd: il Cinzano Bitter Soda, “una sorta di americano a base vino, mix tra vermouth e bitter rosso, venduto principalmente in Spagna con grande successo. Veniva presentato come cocktail pronto da servire già negli anni Sessanta. Dunque i Rtd non sono una novità, ci sono da sempre, ma è vero che ora stanno esplodendo e proprio per questo abbiamo deciso di riproporlo anche qui in Italia”. Caffo invita però a leggere i numeri con realismo. “Da quando siamo ripartiti con i Rtd, la crescita è costante, è vero, ma incide ancora poco (intorno all’1% del fatturato), perché il grosso dei nostri ricavi proviene dalla liquoristica Caffo e da vermouth e spumanti Cinzano”. Allargando lo sguardo al comparto nel suo complesso, l’imprenditore calabrese nota come una crescita a doppia cifra come quella rilevata da Circana in Gdo rimanga pur sempre “una nicchia in evoluzione”. Questo significa che “è sicuramente un segmento interessante, ma non può ancora compensare i cali registrati degli alcolici in purezza”.
Dal vino ai cocktail
Sabrina Rodelli, export manager di Cantina Pizzolato, conferma come l’attenzione del mercato sia incoraggiante, pur se “la quota sul fatturato arriva a un milione (inclusi i dealcolati) e dunque non è ancora impattante rispetto al vino”. L’azienda vitivinicola trevigiana ha debuttato nel mondo Rtd nel 2025 e i primi riscontri sono positivi. “Siamo partiti con uno Spritz zero, un Bellini e un Hugo (in lattina e in mini-bottiglia), tutti zero alcol a base di vino dealcolato e certificati bio. Dato che l’export rappresenta il 93% del nostro fatturato, ci siamo subito dedicati ai mercati esteri. La richiesta cresce e i piazzamenti sono interessanti e a giugno partiamo con la distribuzione negli Stati Uniti attraverso Eataly”. I prodotti firmati Pizzolato godono di una collocazione doppiamente favorevole: “si inseriscono sia nella nicchia dello zero alcol che nella categoria Rtd e se per le bottigliette il canale è la distribuzione specializzata, la lattina ha un piazzamento più alto rispetto alle alternative non bio, soprattutto nell’Horeca e nell’hotellerie”. È partita dai grandi formati la realtà milanese Sfuso Buono. “Dopo il vino di qualità nel bag-in-box siamo passati ai drink in formato da tre litri o un litro e mezzo, debuttando con un bitter, un aperitivo, un americano e gli amari”, racconta la co-funder Alessandra Costa. Lanciati nel 2021, “praticamente appena nati, proprio per dire che non volevamo lavorare solo sul vino ma esplorare il beverage a tutto tondo”, i Rtd crescono e quest’anno è arrivato il lancio dello spritz in formato ready-to-serve ovvero in lattina da 20 cl: “la dose giusta per il bicchiere giusto”. La domanda c’è, “soprattutto perché riusciamo a inserirci in contesti come catering, feste ed eventi, dove magari non c’è il barman e serve un consumo più agile”. Il prodotto nasce da una partnership con la Distilleria Quaglia in Piemonte. “Siamo riusciti a convincerli a non mettere il loro prodotto in bottiglia ma a farcelo gestire prima nel bag-in-box e poi in lattina. Con loro facciamo anche ricette su misura, perché il nostro obiettivo è trovare gusti versatili e popolari, capaci di arrivare al giovane come all’appassionato classico”. Sul rapporto con il vino, Costa esclude l’effetto cannibalizzazione. “Lo rischiavamo se avessimo continuato a trattare il vino in modo tradizionale. Ma da un paio d’anni abbiamo iniziato ad abbassare le gradazioni, a inserire vini più leggeri e freschi, e il cocktail è qualcosa che si affianca al consumo di vino, non lo sostituisce”. E anticipa i prossimi passi: “mettere in lattina anche l’Americano, il Gin tonic e il Margarita, mentre stiamo esplorando l’idea di un bar a Milano con tutta la componente cocktail già pronta”. E si aspetta un balzo nel 2026, rispetto ai 200mila euro di fatturato 2025.
Cocktail premium in bottiglia
L’approccio ai Rtd è variegato e non manca il focus sui cocktail premium. Se una startup italiana come Ready to Gin ha deciso si specializzarsi sui ready-to-drink a base di gin artigianale – dal Negroni con twist di Trebbiano emiliano al Clover Club, dall’Aviation al Gin Basil Smash, senza tralasciare una linea analcolica – anche un brand importante come La Maison & Velier rivolge l’attenzione al premiscelato. Con un obiettivo: farne un ambassador di qualità. “Con Velier abbiamo aperto la strada a un mondo di rum unici e straordinari, dal Clairin agli imbottigliamenti di Hampden in Jamaica, ma proprio per rendere accessibili a un pubblico curioso questi prodotti ho costruito il progetto Allpossible Daiquiris”, spiega Daniele Biondi, che l’ha sviluppato in seno a LM&V. Da specialista di rum qual è, Biondi crede molto nei cocktail in bottiglia “come connessione tra bar industry e spirts industry, perché danno la possibilità a tutti di provare cosa è Hampden o un Clairin, che nella versione in bottiglia sono costosi, ad alto grado, non troppo accessibili. Ecco, il daiquiri è la via più semplice”. L’accessibilità è dunque l’altra chiave di lettura per il successo dei prodotti Rtd.
