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Il vino in Borsa sconta un 2025 sfidante. La geopolitica pesa sul 2026

Ph. Austin Distel (Unsplash)

Il vino in Borsa sconta un 2025 sfidante. La geopolitica pesa sul 2026

by Giambattista Marchetto
9 Aprile 2026

I gruppi più importanti su scala globale pagano la frenata di alcuni mercati, ma al di là dei numeri sono l’incertezza geopolitica e il trend deflattivo dei consumi a tenere gli investitori alla finestra.

Per i gruppi del vino quotati in Borsa, il 2025 è stato significativamente ‘selettivo’, per usare un eufemismo da analisti finanziari. Nel corso dell’anno si è vista infatti la sovrapposizione di dinamiche strutturali: il calo dei consumi globali di vino, l’incertezza geopolitica – culminata con i dazi Usa, mercato che vale mediamente il 30-40% del fatturato export per molti produttori europei e australiani – e la pressione inflazionistica che ha compresso il potere d’acquisto nei principali mercati. E il risultato si legge a chiare lettere sull’andamento delle Borse mondiali dei principali player di settore per fatturato.

“È stato un anno abbastanza turbolento per i listini del vino”, osserva Alessio Candi, responsabile dell’advisory e dell’M&A di Pambianco, il quale offre una lettura che integra le dinamiche micro con il quadro sistemico, evidenziando come nel 2025 vari elementi sfavorevoli per il comparto si siano sovrapposti. Candi ricorda l’impatto dell’annuncio dei dazi americani, che ha generato incertezza su uno dei principali mercati di sbocco, e il trend che vede le nuove generazioni consumare sempre meno vino. “Questo combinato disposto si è riflesso nei bilanci delle aziende – sottolinea – che, salvo rari casi, non sono positivi e faticano a mantenere le posizioni”. La Borsa ha reagito di conseguenza: “fino a poco tempo fa il vino godeva di una certa attrattiva agli occhi degli investitori – spiega – perché i gruppi quotati erano pochi e il settore presentava fondamentali positivi con aspettative di aggregazione. Si scommetteva su operazioni di M&A, ma quel clima si è molto raffreddato”.

In questo contesto, “la Borsa – continua Candi – rimane comunque uno strumento valido, soprattutto per le aziende con dimensioni adeguate e con progetti di sviluppo a lungo termine da finanziare. Il punto è che i grandi gruppi italiani non quotati non sembrano intenzionati a farlo nel breve termine”. D’altra parte, l’esempio italiano Iwb è esplicativo: “l’azienda ha avuto un momento in cui era particolarmente apprezzata dal mercato, ma oggi il titolo viene penalizzato. Il problema non è nei numeri, che sono significativi e con Ebitda nell’ordine dei 40 milioni di euro, ma nella prospettiva di crescita futura. Ecco che gli investitori stanno alla finestra”. Il multiplo di circa 6 volte l’Ebitda a cui il titolo scambia conferma questo disallineamento tra valore intrinseco e percezione di mercato. 

A fronte di un 2025 compresso e complesso, per il 2026 il quadro non appare più favorevole. “Il mercato peggiora, l’incertezza peggiora e l’anno è partito con il piede sbagliato”, chiosa Candi. Di fatto, più dei numeri, è lo scenario che condiziona profondamente le prospettive degli investitori sul comparto e chiaramente il 2026 non si è aperto con un arcobaleno capace di rasserenare i mercati, come dimostra il rally di questi giorni in riferimento alla guerra (e alla possibile tregua) in Iran. 

COLOSSI IN CRISI

Il caso più eclatante è quello di Treasury Wine Estates, il gruppo australiano che controlla marchi come Penfolds, Wolf Blass e 19 Crimes, ma anche Castello di Gabbiano nel Chianti Classico. Con capitalizzazione scesa a circa 3,2 miliardi di dollari australiani (pari a 1,95 miliardi di euro), il titolo del gruppo ha perso oltre la metà del suo valore nel 2025, passando da 10,78 a 5,24 dollari australiani.  Penalizzato dalla debolezza della domanda premium in Usa e Cina, da ottobre ha visto un radicale cambio di passo con la nomina del nuovo AD Sam Fischer, che ha presentato un programma pluriennale di taglio dei costi, accompagnato dalla sospensione del dividendo e dalla cancellazione del buyback azionario annunciati nel 2026. Contestualmente la società ha registrato una svalutazione degli asset statunitensi pari a circa 988 milioni di dollari australiani, portando il risultato semestrale in perdita netta di 649 milioni. Il piano di risanamento ha spinto gli analisti a tagliare target price e stime. In forte calo anche il connazionale Australian Vintage, che lascia sul terreno il 20% del valore delle azioni.

Il secondo calo più accentuato dell’anno è del distributore tedesco Hawesko (-23,2%), focalizzato sulla fascia premium, che sembra pagare la debolezza dei consumi interni in Germania e la contrazione dell’e-commerce rispetto ai picchi pandemici.

Perdono terreno anche Laurent-Perrier (-9,8%, con quasi 10 euro persi ad azione), Lanson-Bcc (-8,5%) e Maison Pommery Associé (-8,2%), dato che le Maison di Champagne hanno sofferto il rallentamento dei consumi di bollicine premium dopo anni di euforia post-pandemica.

ITALIANI ALLA FINESTRA

L’unica presenza di casa nostra tra i primi dieci gruppi mondiali è Italian Wine Brands (Iwb), la maggiore realtà privata quotato con un portafoglio di oltre 70 marchi e una leadership solida nella produzione di Prosecco. Nel 2025 il titolo ha registrato un -3,9%, passando da 22,27 euro a 21,40 euro per azione, per una capitalizzazione di fine anno di 181 milioni di euro. Nello scorso esercizio i ricavi si sono attestati a quota 395,9 milioni di euro, sostanzialmente stabili nonostante un contesto sfidante e una crescita dei volumi. Il Regno Unito e il Canada hanno in parte compensato la flessione negli Usa, ma ora il mercato sembra assumere un atteggiamento di attesa.

Nonostante non rientri tra i big mondiali in termini di fatturato, vale la pena considerare la performance riportata da Masi Agricola (quotata sull’Euronext Growth Milan). Sui listini, l’azienda ha registrato una flessione del 7,3%, passando da 4,50 a 4,17 euro per azione, per una capitalizzazione a fine anno di 139 milioni di euro. Il dato di Borsa non rispecchia pienamente un quadro economico che, letto nella sua completezza, presenta elementi di tenuta in un anno difficile. I ricavi netti consolidati si sono attestati a 64,4 milioni di euro, contro i 66,8 milioni del 2024, penalizzati dall’effetto valutario, soprattutto sull’area americana, che pesa per circa il 34% del fatturato. Un risultato netto consolidato in perdita per 1,4 milioni (contro 1,1 milioni nel 2024), Ebitda in crescita e miglioramento del margine industriale lordo (dal 60,1% al 63,2%), grazie alle attività Masi Wine Experience e ai prodotti finiti nel mix di magazzino, oltre a una ristrutturazione del debito, non sono bastati per convincere gli investitori. Masi Agricola “è uscita dal rosso ed è cresciuta – osserva Alessio Candi – ha una storia di discreta crescita alle spalle, dunque ha costruito un percorso credibile, ma resta esposta alla pressione dell’ambiente macro e ai costi degli investimenti in corso”.

CHIAREZZA E PRUDENZA CONVINCONO

Si posiziona invece in controtendenza Naked Wines, il retailer online direct-to-consumer con sede a Norwich (quotato Aim Londra), che ha registrato un rialzo del 59,9%. La capitalizzazione rimane contenuta (poco più di 100 milioni di euro), ma l’ottima performance è frutto di un piano di rilancio presentato in primavera 2025 che prevedeva la liquidazione di circa 40 milioni di sterline di scorte in eccesso. Il progetto, portando una revisione al rialzo degli obiettivi di redditività, ha convinto il mercato. Pur senza operazioni straordinarie, anche il gruppo canadese Andrew Peller (quotato a Toronto) performa un buon +33,5%, per una capitalizzazione equivalente a circa 152 milioni di euro. E analogamente in terreno positivo si piazzano AdVini (+5,6%), che ha mantenuto una gestione prudente in una fase difficile per i vini d’alta gamma francesi, e il gruppo tedesco degli spumanti Schloss Wachenheim (+2,6%).

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