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Caro-cacao: il peso della dolcezza

Caro-cacao: il peso della dolcezza

by Giorgia Dallasio
13 Febbraio 2025

Prezzi record e produzione in picchiata: il cacao affronta la sua crisi più grave tra cambiamenti climatici, costi crescenti e nuove sfide. Le aziende si reinventano per garantire qualità e si preparano a nuovi investimenti.

La siccità avanza, i costi delle materie prime si impennano (come conseguenza della scarsità di prodotto), l’inflazione cresce e le marginalità si riducono. Il business del cacao sembra appeso a un filo, che potrebbe spezzarsi velocemente. Tuttavia, nuovi investimenti e strategie innovative, come il rafforzamento delle filiere dirette, offrono uno spiraglio di speranza.
Sarà abbastanza?

Cala la produzione
L’Africa conta circa il 70% della produzione mondiale di cacao, arrivando a toccare volumi per più di 3 milioni di tonnellate. Nell’annata agraria 2023-24, si è manifestata, per la terza stagione di fila, una drastica riduzione della produzione nei due principali Paesi fornitori di cacao, ovvero Costa D’Avorio e Ghana, che hanno registrato rispettivamente -20 e -43 per cento. “Se la produzione mondiale del cacao si bloccasse oggi, le scorte, che attualmente si attestano su 1,3 milioni di tonnellate, sarebbero sufficienti a soddisfare l’industria per i prossimi tre mesi e mezzo”, ha dichiarato a Pambianco Wine&Food Michele Nardella, director of economics and statistics division della International Cocoa Organization – Icco, organizzazione intergovernativa fondata nel 1973 sotto gli auspici delle Nazioni Unite per amministrare l’Accordo Internazionale sul Cacao. “Dunque, non ci troviamo in una situazione di totale carenza di cacao, poiché le scorte sono ancora disponibili, tuttavia, man mano che diminuiscono, è naturale che il prezzo tenda a salire sempre di più”. 

Cambiamento climatico e non solo
Questo drastico calo della produzione è riconducibile a diverse cause, tra cui le condizioni meteorologiche avverse, la diffusione di malattie delle piante e la mancanza di dati precisi sulle coltivazioni. Negli ultimi tre anni, “le stagioni agricole sono state colpite da piogge inusuali durante il periodo secco, un fenomeno anomalo che ha impedito lo sviluppo dei fiori delle piante di cacao, compromettendo così la formazione dei frutti”, continua Nardella. “Questa situazione ha determinato un danno che non può essere recuperato rapidamente, considerando che i primi frutti di una pianta di cacao richiedono tre o quattro anni per svilupparsi”.
Un’altra causa rilevante è stata la diffusione di un virus mortale per le piante, che ha colpito in particolare il Ghana, distruggendo circa mezzo milione di ettari di coltivazioni e causando una perdita stimata intorno alle 250mila tonnellate di produzione. L’unico modo per contrastare la diffusione del virus “è l’eradicazione delle piante infette, ma questa soluzione è difficile da attuare, soprattutto per i piccoli agricoltori”. A questi fattori si aggiunge la mancanza di dati accurati sull’identificazione dei produttori e sulle condizioni delle loro coltivazioni. Nello specifico, “solo il 55% degli agricoltori in Ghana e Costa d’Avorio viene monitorato poiché partecipa a programmi istituzionali legati alla sostenibilità, ma la restante parte rimane fuori dal monitoraggio, costringendo gli enti a basarsi solo sulle misurazioni delle esportazioni che partono dai porti per rendersi conto dei volumi di produzione. A causa di questa mancanza di dati tempestivi e precisi, il mercato ha reagito in ritardo. “Quando il problema è stato finalmente compreso, i prezzi del cacao sono triplicati, riflettendo l’improvvisa consapevolezza della scarsità di prodotto disponibile”, conclude il direttore. “Se ci fosse stata una migliore conoscenza dello stato delle coltivazioni e della diffusione delle patologie, il mercato avrebbe potuto reagire in modo più graduale e prevedibile”.

I prezzi del cacao si impennano
Come conseguenza, negli ultimi due anni i prezzi delle materie prime hanno raggiunto cifre record, arrivando a toccare anche i 12mila dollari a tonnellata, “dopo cinquant’anni di sostanziale stabilità tra i duemila e i quattromila dollari”, ha specificato Leonardo Riccetti CFO di Amedei, realtà toscana da 4 milioni di euro specializzata nella lavorazione del cioccolato e dal 2017 di proprietà di Ferrarelle. 

“Nell’ultimo anno solare abbiamo registrato incrementi del 250%: solo tra novembre e dicembre i prezzi erano saliti del 40 per cento. Parliamo di massimi storici”, ha aggiunto Guido Gobino, fondatore dell’eponima realtà produttrice di cioccolato artigianale da 12 milioni di euro. “Lo stesso discorso vale per le nocciole del Piemonte, un ingrediente che utilizziamo moltissimo e che, dopo due o tre anni di raccolti pessimi, ha visto il suo prezzo praticamente raddoppiare rispetto all’anno scorso”. Meno preoccupante, ma altrettanto significativo, è stato l’aumento del valore dello zucchero che, in pochi anni, è cresciuto di oltre il 50% e, solo nel corso del 2024, ha leggermente ritracciato”, continua Riccetti. 

Marginalità cercasi
Costi così alti vanno ad impattare direttamente sulle marginalità delle aziende. “Finchè i prezzi delle materie prime continueranno ad attestarsi su queste cifre, la nostra marginalità sarà molto bassa”, spiega Guido Gobino. “Di conseguenza, ci troviamo costretti ad incrementare parzialmente le tariffe sul prodotto finale, anche se, avendo già un posizionamento premium di per sè, non possiamo fare troppi cambiamenti”. Conferma lo stesso concetto Gianluca Ferrauto, direttore generale di Domori, realtà piemontese da 26 milioni di euro, specializzata nella produzione di cioccolato artigianale e parte del gruppo Illy.  “Vogliamo evitare di trasferire completamente l’aumento sul consumatore finale, ma se nel 2025 questi numeri dovessero alzarsi ancora, sarà inevitabile”. Di fronte a questi incrementi, “che rischiano davvero di compromettere interamente la profittabilità, non potevamo non intervenire sui prezzi”, ha aggiunto anche il CFO di Amedei. “Tuttavia, abbiamo adottato una politica di aumento mirata, applicandola solo ad alcuni prodotti, con l’obiettivo di limitare i danni e preservare sia la nostra filiera, composta da rivenditori specializzati, sia il consumatore finale. L’unico elemento su cui non scendiamo a compromessi è la qualità, che deve rimanere a tutti i costi in ogni nostro processo produttivo”. 

Le soluzioni delle aziende
Incrementare i prezzi finali non è l’unica soluzione adottata per tentare di salvare la marginalità. Infatti, noi “stiamo provando a produrre confezioni più leggere, che possano tagliare costi aggiuntivi”, spiega Gobino. D’altro canto, Amedei ha deciso di ottimizzare gli sprechi energetici, installando un impianto comunitario che copre circa il 30% del proprio fabbisogno energetico annuo. Oltre a questo, di base “siamo convinti che deve essere fondamentale informare ed educare il consumatore, poiché spesso il cliente non comprende le dinamiche di mercato dietro a questi aumenti e potrebbe decidere di orientarsi su prodotti alternativi”. Per questo, “uno dei nostri obiettivi è quello di promuovere la cultura del cioccolato, spiegando attraverso programmi di comunicazione, visite aziendali e degustazioni il nostro metodo artigianale e l’impegno che dedichiamo alla qualità”, dichiara Riccetti. 

Considerando, invece, player di maggiori dimensioni, emergono anche altre strategie, come ad esempio “la riduzione del peso delle barrette di cioccolato, andando a creare formati più piccoli”, spiega il direttore economico dell’Icco. “In questo modo, le aziende riescono a mantenere invariato il prezzo di vendita, riducendo la quantità di prodotto”. In alternativa, alcune realtà hanno cambiato le ricette del loro cioccolato. Ad esempio, “in molte barrette di rinomati marchi, una parte del burro di cacao è stata sostituita con grassi vegetali meno costosi, consentendo di ridurre la spesa per le materie prime senza aumentare i prezzi al dettaglio”. Nei mercati “con potere d’acquisto più basso, come nel Sud-est asiatico, i produttori utilizzano spesso il cosiddetto compound chocolate, ottenuto mischiando polvere di cacao con grassi vegetali (anziché burro di cacao). “È una soluzione economica che permette di offrire prodotti più accessibili, pur sacrificando in parte la qualità del cioccolato”, conclude Nardella. 

Quando la filiera diventa diretta
Un modo alternativo per subire meno queste fluttuazioni di prezzo è quello di avere una filiera diretta. “Devo sottolineare che, anche se lavoriamo principalmente con il cioccolato e dunque non abbiamo altri tipi di prodotti con sui diversificare il business, non abbiamo subito l’impatto violento che hanno avuto altre aziende”, ha spiegato Ferrauto di Domori. “Questo perché da anni ci approvvigioniamo con cacao pagato più della media di mercato, dato che la nostra produzione si basa su un rapporto diretto”. 

Nel mercato del cacao, infatti, la filiera può essere gestita in due modi: tramite intermediari, che acquistano e distribuiscono il prodotto, o attraverso relazioni dirette con le piantagioni. Il vantaggio di avere una filiera diretta è quello di ottenere un maggiore monitoraggio del processo produttivo, limitando l’uso dei classici sistemi di brokeraggio. 

In Costa d’Avorio, “abbiamo costruito relazioni dirette con alcune piantagioni soprattutto per soddisfare il nostro segmento professional dove il cacao ‘Costa d’Avorio’, noto nel settore della pasticceria, ha un ruolo chiave”, continua Ferrauto. Parallelamente, in Ecuador Domori ha avviato progetti diretti con filiere che prevedono il pagamento di un prezzo concordato, aggiungendo un delta costo utilizzato per finanziare iniziative di riforestazione. Questo “ci permette di contribuire positivamente all’ambiente, senza trasferire il costo aggiuntivo sul prezzo del cacao”. Inoltre, “possediamo piantagioni di cacao in Venezuela dove lavoriamo con il Criollo, una varietà rara riscoperta dal nostro fondatore nel 1996, e di cui abbiamo una partecipazione del 50 per cento”. Questo modello “ci porta a ottenere una maggiore tutela, anche se adesso pure queste zone cominciano a risentire dei cambiamenti climatici”. Addirittura, “si comincia a parlare di nuove origini per il cacao in zone del mondo dove, in passato, nessuno avrebbe mai pensato di coltivarlo”.

Un futuro incerto

Nonostante l’incertezza, questa crisi attrae investitori. “Rappresenta un incentivo sia per coltivare nuove piantagioni sia per intensificare quelle esistenti, adottando tecniche agricole più produttive”, decreta Nardella. Tuttavia, tutti questi investimenti potrebbero portare il mercato ad assistere, tra pochi anni, ad un fenomeno opposto a quello attuale. “Essendo il cacao una coltura arborea, le nuove piante inizierebbero a produrre frutti solo dopo tre o quattro anni, motivo per cui i risultati tangibili si vedrebbero nel medio termine”. Questo comporta la possibilità che tra cinque o sette anni si verifichi dunque una eccessiva offerta, causando un crollo dei prezzi. 

Un’ulteriore conseguenza di questa dinamica “potrebbe colpire i prodotti derivati, come biscotti o panettoni, dove il cacao è un ingrediente secondario”, puntualizza Guido Gobino. “Le pasticcerie potrebbero scegliere di abbandonare il cacao nelle loro produzioni, prediligendo altri ingredienti come pistacchio o uvetta”. Di conseguenza, “c’è il rischio che il cioccolato puro diventi un prodotto d’élite, raggiungendo prezzi molto elevati anche per piazze con alto potere d’acquisto come Giappone o Medio Oriente”.

In conclusione, il mercato del cioccolato “raggiungerà un nuovo equilibrio entro il 2025”, chiosa Ferrauto. “È improbabile che si torni ai livelli di prezzo precedenti, poiché una volta stabilito un nuovo posizionamento, il mercato tende a mantenerlo”. Un elemento però favorevole “è che l’aumento dei prezzi nella grande distribuzione ha portato i consumatori ad avvicinarsi a prodotti di fascia più alta, favorendo brand premium come noi”.

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