Il cambiamento climatico aumenta il rischio di eventi estremi e il mondo vitivinicolo si trova stretto tra meteo impazzito e aumenti delle polizze. I broker studiano nuove soluzioni, ma le aziende devono cambiare approccio.
Stando ai dati dell’European Severe Storms Laboratory, le grandinate con chicchi grandi come noci o limoni sono triplicate in Europa in meno di vent’anni e secondo i meteorologi aumenteranno di frequenza tra il 47% e il 139% rispetto a oggi. È un fenomeno che i ricercatori legano al riscaldamento globale, che favorisce l’evaporazione di aria carica d’umidità dal mare o dalla superficie terrestre, e colpisce soprattutto le zone montuose (per le correnti ascensionali) e quelle costiere (per l’evaporazione spinta).
Circondata dal mare, l’Italia si trova bersagliata, l’area padana in particolare. E i viticoltori – come tutto il comparto agricolo – rischiano di trovarsi stretti tra due fuochi: da un lato il meteo sempre più imprevedibile, dall’altro le compagnie assicurative sempre meno propense a farsi carico del rischio legato alla grandine, ma anche ad alluvioni, dissesto idrogeologico oppure, all’opposto, alla siccità.
Non è un segreto che grossi gruppi assicurativi abbiano deliberatamente scelto di uscire dal ramo grandine e altri, di converso, stiano alzando i premi. Il mondo del vino si trova dunque al centro di una ‘tempesta’ assicurativa perfetta, ma come potrà reagire?
Rischio globale e cultura del rischio
“Il problema non riguarda solo l’Italia, perché anzi ha un rilievo globale – rimarca Alessandro Casarotto di Adige Broker – e quello meteo è considerato una delle nuove tipologie di rischio (assieme al cyber risk) complesse da calcolare. Il meteo ha trasformato le statistiche in carta straccia. Sono aumentate frequenza e severità (ovvero la capacità di produrre danno) di eventi estremi. E poiché nel mondo assicurativo prima si incassa e poi si spende, non si capisce più quanto incassare se poi ci si trova a confrontarsi con disastri inaspettati che una volta erano episodi isolati”. L’esito di questa dinamica è pesante. Negli ultimi due anni tutte le compagnie hanno perso soldi per danni atmosferici, non solo in agricoltura. “Questo ha comportato un cambiamento di approccio – prosegue Casarotto – per cui alcune compagnie hanno abbandonato, ad esempio, le polizze grandine e d’altro canto i riassicuratori hanno aumentato in maniera significativa i costi per l’acquisizione dei rischi e anche le franchigie”. Il contraccolpo arriverà e va sviluppata una cultura assicurativa. Se infatti il Governo introdurrà (dall’anno prossimo) l’obbligo di assicurazione per tutte le aziende sui rischi catastrofali è perché le disastrose alluvioni che hanno colpito l’Emilia Romagna due anni fa, mettendo in ginocchio molte aziende agricole e di trasformazione, hanno visto rimborsi minimi perché quasi nessuna era coperta da polizza.
Allora oggi, mentre si profila all’orizzonte un aggravio pesante dei premi, anche le aziende vitivinicole sono chiamate a considerare in chiave strategica il nodo rischi ambientali.
Management del rischio
Forse perché il vino non è commodity come altre colture, ma genera un valore aggiunto significativo nel passaggio dalla vigna all’etichetta tra lavorazioni e marketing, il comparto vale un terzo del mercato assicurativo agricolo, con 27mila imprese del settore assicurate (dati Ismea presentati al Vinitaly). “La gestione del rischio diventa una scelta strategica di management”, rimarca Marzio Emanuele Parri, branch manager del broker specializzato Howden, che ha creato una soluzione unica nel suo genere: una protezione a 360 gradi della produzione dalla fase vegetativa alle successive fasi di vinificazione e distribuzione. “Con il pacchetto Wine Care – spiega il manager – l’obiettivo è offrire la certezza di protezione al vitivinicoltore dalla raccolta del grappolo fino all’immissione della bottiglia sul mercato. Questo significa che, se i tariffari del Ministero non fanno differenza tra i vigneti di Ornellaia e quello di un vino più comune, noi assicuriamo le perdite di produzione parametrate al valore finale delle bottiglie”.
Invece pre-vendemmia, essendo leader in Italia per il comparto agricoltura, Howden sta cercando di capire come si evolve il clima e d’altro canto usa le parametriche che definiscono gli indennizzi rispetto a uno standard prestabilito dal contratto. “Nel momento in cui le condizioni ambientali si discostano da quelle indicate dalla singola azienda, si ottiene l’indennizzo. E salvo catastrofi enormi, funziona anche con il meteo imprevedibile di oggi. Tanto più che la vite è una pianta resiliente, con straordinarie capacità di recupero”. E infatti – stando a quanto riferisce Parri – mentre altre coltivazioni hanno visto incrementi davvero pesanti sulle polizze, per il mondo del vino le coperture non hanno registrato incrementi medi superiori all’8% e dunque fisiologici.
Dato però che molte aziende sembrano vivere rincari decisamente non fisiologici, il sistema dei Condifesa (consorzi territoriali nati proprio per supportare la gestione dei rischi delle aziende associate) è in allerta. “Purtroppo dobbiamo fare i conti con le bizze del clima”, dice Albano Agabiti, presidente del network Asnacodi Italia. “Stiamo lavorando per strutturare soluzioni sempre più efficienti a livello assicurativo e mutualistico. Arrivano infatti da tutta Italia segnalazioni di siccità, gelo e qualche evento grandinigeno legati al cambiamento climatico”.
Riflessioni in corso tra le aziende
Nonostante il rischio assicurativo stia diventando un nodo strategicamente rilevante, nelle aziende prevalgono le consuetudini perché – secondo alcuni broker – non hanno (e non cercano) consulenti assicurativi come interlocutori.
Un gruppo importante in Sicilia come Planeta dedica ai vigneti sull’Etna una copertura per la grandine e per il resto valgono le polizze ordinarie – riferisce il CEO Alessio Planeta – ma diversi grandi gruppi tra nord e centro Italia non hanno ancora preso in mano la questione.
Nel Veronese non sono mancati fenomeni estremi negli ultimi anni, ma l’approccio non sembra ancora strategico. “I nostri terreni sono in altitudine – specifica Massimo Gianolli, presidente de La Collina dei Ciliegi in Valpantena – per cui il cambiamento climatico non è un tema cruciale, tolta la grandine su cui si cerca di avere il massimo della protezione”. Gianolli confessa però di contare sulla coerenza del clima rispetto al passato, ma di aver solo abbozzato un piano per affrontare le evoluzioni e i rischi con il team aziendale, nonostante riconosca la potenziale gravità dell’impatto.
In casa Allegrini confermano l’impatto del meteo bizzoso sulle polizze. “Negli ultimi tre anni – riferisce il CEO Francesco Allegrini – abbiamo visto un aumento esponenziale dei costi, con un salto importante tra il 2023 e il 2024”. Se un tempo l’azienda assicurava solo alcuni specifici vigneti, ora la consapevolezza del rischio ha portato a una copertura totale, “anche se con la compensazione non vinci mai, dato che va a coprire parzialmente il mancato incasso, ma poi i costi in vigneto aumentano. E per chi fa vino è importante avere l’uva, non i risarcimenti”.
Basterà allora incrociare le dita e sperare nella resilienza della vite? In realtà, se è vero che per la prima volta ci sono compagnie che rescindono i contratti anche con clienti che non hanno mai avuto sinistri, forse è meglio correre ai ripari.
Reti antigrandine e bacini irrigui
Proprio perché il vignaiolo punta a raccogliere l’uva, non indennizzi assicurativi, dai Consorzi di tutela emerge la consapevolezza di dover affrontare il nodo. “Senza voler invadere campi che non sono di nostra competenza – chiosa Alberto Mazzoni, direttore dell’Istituto Marchigiano di Tutela vini – dobbiamo attivare azioni di filiera con le associazioni di categoria, che potrebbero gestire il rischio in maniera aggregata. E potrebbe essere coinvolta anche la Regione”. Un approccio condiviso da Andrea Machetti, direttore del Consorzio del Brunello di Montalcino.
Nel contempo, “poiché i viticoltori vivono in una casa senza tetto, è necessario pensare alle difese – aggiunge Mazzoni – e per questo sarebbe opportuno che le reti antigrandine di nuova generazione diventassero una presenza costante in vigneto, rendendole finanziabili con i Piani nazionali di ristrutturazione”. Una evoluzione che più a nord è già in corso, come nell’area del Barolo e delle Langhe dove, come conferma il presidente del Consorzio di riferimento Sergio Germano, “per i viticoltori l’assicurazione è importante, ma riscontriamo una sempre maggiore diffusione di sistemi di difesa attiva come le reti antigrandine”.
Nel centro-sud Italia si vive però il rischio siccità. “Dobbiamo formare per rafforzare la cultura dell’impianto – rilancia Mazzoni dalle Marche – e dobbiamo tornare a prevedere gli invasi per l’irrigazione, una soluzione inevitabile con queste temperature tropicali”. In quest’ottica – secondo Andrea Berti, direttore di Asnacodi Italia – è fondamentale il ruolo dall’innovazione tecnologica. “Soluzioni che sfruttino l’intelligenza artificiale e i sensori permettono di recuperare sino al 30% della risorsa idrica – sottolinea – e un altro esempio viene dalle applicazioni della difesa antibrina a basso consumo di acqua”. E aggiunge: “i fondi del Pnrr saranno un acceleratore di innovazione per le aziende agricole del nostro Paese, una risorsa da non farsi scappare”.
