Nonostante l’Italia sia la patria del buon cibo, con un numero di ristoranti stellati secondo solo a Francia e Giappone, la ristorazione italiana è tuttora prettamente legata al mercato ‘locale’. Lo avevamo segnalato già due anni fa, ricordando come, per competere con i nomi blasonati delle catene di alto livello, basti pensare a Nobu o Nusr-Et ormai presenti nelle principali piazze internazionali, servano capitali da investire per lo sviluppo all’estero del perimetro di operatività. Cosa è cambiato in questo lasso di tempo? Bisogna ammettere che non siamo di fronte ad una rivoluzione, ma parafrasando una citazione storica, l’“eppur si muove” è un dato di fatto. Il settore ha iniziato ad attirare investitori sia italiani che stranieri, il che ha portato ad una serie di aperture, principalmente in Italia, ma con qualche affaccio interessante anche fuori dai confini nazionali.
Il caso più recente è l’ingresso del fondo di David Wertheimer, pronipote del co-fondatore di Chanel, in Tsf Holding, società di ristorazione che fa capo alla Lmdv Capital di Leonardo Del Vecchio Jr. Un investimento che sancisce la bontà del progetto Tsf che in un paio d’anni ha portato alla nascita di cinque ristoranti da 20 milioni di euro di ricavi, con in pipeline la volontà di andare anche all’estero. Un progetto, quello di Tsf, sostenuto in partenza da un investitore, Del Vecchio appunto, che realizza operazioni che spaziano dall’immobiliare alla moda. Langosteria, invece, con l’ingresso di Archive di Remo Ruffini, ha trovato il terreno ideale per accelerare il piano di aperture internazionali. Archive ha poi investito in Concettina ai Tre Santi, pizzeria napoletana che ha di recente aperto anche a Capri, palcoscenico che, complice la vocazione turistica internazionale, potrebbe anticipare uno sviluppo estero.
Gli esempi citati tracciano quella che sarà la strada della ristorazione alto di gamma. Se anche società non direttamente legate al mondo del food scelgono di inserirsi in questo filone, significa, dunque, che l’Italia è pronta a fare il salto di qualità, superando l’immagine di patria del buon cibo, un concetto corretto ma ormai datato. Sta arrivando quindi il momento di alzare l’asticella a un contesto internazionale, seguendo la scia del successo dei competitor già affermati globalmente. Non è un traguardo, si badi bene, ma un punto di partenza. La strada da fare per recuperare il terreno perso è ancora lunga e fatta di possibili retromarce, vedi il caso dell’Antico Vinaio con Percassi, ma è già tracciata e potrà offrire importanti ritorni in termini di immagine e non solo, considerato l’apprezzamento della cucina italiana nel mondo.