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Per farsi strada in India, l’Italia deve promuovere la propria filiera

Taj Mahal in Agra, India. Ph: Unsplash

Per farsi strada in India, l’Italia deve promuovere la propria filiera

by Giorgia Dallasio
7 Maggio 2026

Per portare vino e spirits italiani sul mercato indiano è necessario ‘fare team’ tra le aziende e stringere partnership locali. Con l’accordo Ue la strada è stata spianata, ma è ancora lunga.

“Se si riuscirà nell’opera di promozione dei distillati italiani, l’India garantisce un bacino potenzialmente enorme, vantando una classe media giovane e orientata ai prodotti di qualità premium e super premium”. Così Sandro Cobror, direttore di Assodistil, l’associazione nazionale dei distillatori italiani, ha spiegato a Pambianco Wine&Food Magazine le potenzialità del Paese asiatico alla luce del recente raggiungimento dell’intesa commerciale con l’Unione Europea. La firma ufficiale e la successiva ratifica dell’accordo sono in fase di definizione e si stima che questo possa entrare in vigore non prima del 2027.

Così come con il Mercosur, l’elemento centrale dell’alleanza commerciale tra India e Ue è la riduzione delle tariffe all’ingresso. Il sodalizio – che dovrebbe favorire un aumento del 107% delle esportazioni annue dell’Ue verso l’India entro il 2032 – prevede la riduzione o l’eliminazione dei dazi su oltre il 90% degli scambi tra le due aree, coinvolgendo i settori di vino e spirits, olio e prodotti agricoli trasformati. Nello specifico, i dazi indiani sui vini verranno progressivamente ridotti dal 150% fino al 20% per alcune tipologie di vino e fino al 40% per gli spirits; quelli sull’olio d’oliva scenderanno dal 45% allo 0% in cinque anni; mentre i prodotti agricoli trasformati come pane e dolciumi vedranno eliminate del tutto le tariffe, che ora arrivano fino al 50%. Sono stati esclusi dall’accordo i settori agricoli ‘sensibili’ come carne bovina, pollo, riso e zucchero.

Parallelamente, “sono in corso negoziazioni separate sulle indicazioni geografiche (Ig), che dovrebbero tutelare i prodotti agricoli tradizionali dell’Ue, eliminando la concorrenza sleale sotto forma di imitazioni”, ha affermato Christian Di Mauro, partner di Hogan Lovells Italia, studio legale internazionale con oltre 35 uffici in tutto il mondo, che offre consulenza e assistenza legale a società, istituzioni finanziarie e organizzazioni governative. “Non essendo ancora conclusi i negoziati per tale accordo, non è però al momento possibile identificare i possibili rischi connessi ad eventuali blocchi doganali da parte delle autorità di sorveglianza del mercato”.

Questa riduzione dei dazi contribuirebbe ad incrementare le esportazioni agroalimentari italiane verso l’India, che oggi si assestano ‘solo’ sui 141 milioni di euro (+10%), circa un quinto delle importazioni, pari invece a 725 milioni di euro. Attualmente il Paese asiatico “è al 59° posto tra i nostri sbocchi: una posizione del tutto sproporzionata rispetto al suo peso demografico”, ha commentato Paolo Mascarino, presidente di Federalimentare. “Sul lungo periodo questa piazza che copre il 18% della popolazione mondiale e vanta tassi di sviluppo del Pil del 7-8% l’anno, potrebbe offrire spazi superiori di crescita”. Spazi che potrebbero occupare le aziende italiane “in un mercato finora quasi inaccessibile”, ha aggiunto il Consorzio Italia del Gusto, che rappresenta 38 imprese, con un fatturato aggregato di 25 miliardi di euro e 55mila dipendenti. “L’abbattimento dei dazi crea le prime condizioni minime di competitività per i prodotti di qualità domestici”, come, per esempio, i distillati italiani. 

Prospettive positive per l’export dei distillati

Il Paese asiatico, infatti, è contraddistinto da elevati consumi di bevande alcoliche per un valore stimato tra i 50 e i 60 miliardi di dollari e, in particolare, di spirits come whisky, brandy e rum che rappresentano circa il 70% delle vendite. Negli ultimi anni si è osservato un Cagr 2019-24 sul 3%, che dovrebbe registrare il 4% nel 2025, secondo le stime di Iwsr. E, oltre ai consumi interni, aumentano anche le importazioni: i volumi di distillati provenienti dall’estero hanno segnato un Cagr del 16% tra il 2019 e il 2024 e prevedono di ottenere un aumento del 9% nel 2025. “L’India guida l’espansione del segmento bevande alcoliche nei mercati in via di sviluppo grazie a fattori come la crescente socializzazione, la continua premiumizzazione, i miglioramenti nella distribuzione al dettaglio e lo sviluppo di nuovi prodotti”, ha dichiarato Jason Holway, senior research consultant di Iwsr. Inoltre, “ogni anno 15–20 milioni di nuovi consumatori che raggiungono l’età legale per bere ampliano il bacino di utenti in un mercato che rimane ancora in gran parte poco sviluppato”. Numeri, insomma, che fanno ben sperare l’incremento di esportazioni dall’Italia verso il Paese.

Normative complesse

Tuttavia ci sono anche delle criticità, “legate ad elementi di carattere normativo e in qualche modo protezionistico”, riporta il presidente di Fedealimentare. “I freni non sono solo daziari, ma contemplano misure regolamentari e amministrative che ottengono comunque, sotto vari pretesti, lo scopo di frenare indirettamente e pesantemente l’export”. Il direttore di Assodistil aggiunge che “serviranno strategie commerciali accompagnate dalla costituzione di partnership locali e da una narrazione convincente che sottolinei la qualità e la territorialità delle nostre eccellenze”. In India, “oltre agli ostacoli di tipo regolatorio, poiché le bevande spiritose sono disciplinate in maniera diversa a seconda della entità territoriale di riferimento, c’è una scarsa conoscenza dei distillati italiani, quindi bisogna fare tanta attività di informazione e promozione”.

Per il comparto del vino servono educazione e promozione

Attività da moltiplicare per il comparto del vino, “in quanto il suo consumo non rientra tradizionalmente nello stile di vita indiano”, ha dichiarato Giacomo Ponti, presidente di Federvini. E, infatti, le nostre esportazioni di vino verso il Paese al momento sono basse: su un totale di otto miliardi di euro, solo 2,6 milioni sono stati generati in India lo scorso anno. “C’è estremo bisogno di politiche commerciali aperte per diversificare un raggio di azione ancora limitato, se si considera che il 60% dell’export italiano è concentrato in soli cinque Paesi”, chiosa Lamberto Frescobaldi, presidente di Unione Italiana Vini.

Oltre alla riduzione dei dazi – raggiungendo, entro sette anni un dazio finale del 30% per i vini con un prezzo compreso tra 2,50 e 10 euro a bottiglia e del 20% per i vini con un prezzo superiore a 10 euro a bottiglia – sono necessarie attività di educazione. “Dobbiamo essere bravi a coinvolgere quella fascia di popolazione con un reddito sufficientemente elevato da potersi permettere acquisti più premium, facendo attività di promozione e coinvolgendo le ambasciate italiane e il Ministero degli Esteri con iniziative coordinate”, continua Ponti. In aggiunta, “l’educazione in tal senso deve essere anche promossa quando gli indiani vengono in Europa in vacanza, per fare in modo che una volta tornati a casa ricerchino la stessa ‘tradizione’ trovata all’estero”.

Al tempo stesso, le aziende che investono lì dovranno essere supportate da attività consortili e fieristiche per penetrare il mercato. In alcuni contesti, “sarà necessario partire dalle basi, spiegando la storia e la tradizione del vino; in altre aree del Paese più mature si potrà invece proporre una narrazione più articolata”. Narrazione già portata avanti dall’organizzatore dell’evento fieristico di Vinitaly che, dopo 15 anni, ha introdotto nuovamente l’India nel calendario internazionale di Veronafiere, grazie alla partnership siglata con la Camera di Commercio indiana. Il 2025, infatti, ha visto la prima edizione di Vinitaly India Roadshow a New Delhi, ripetuta a gennaio 2026. Con una partecipazione complessiva di oltre 30 aziende, il roadshow di due mesi fa ha visto protagoniste otto aziende della collettiva Ita (Italian Trade Agency) e una rappresentanza del Consorzio Tutela Vini Valpolicella, con nove realtà, oltre a 13 società in partecipazione diretta. L’obiettivo è stato favorire l’incontro con oltre 200 importatori, distributori e professionisti del canale Horeca per invitare operatori e buyer al Vinitaly di Verona. “In un mercato ancora giovane – spiega Gianni Bruno, direttore generale vicario di Veronafiere – il nostro impegno va oltre la promozione commerciale e punta allo sviluppo di una cultura del vino italiano attraverso formazione, educazione e iniziative di lungo periodo, inclusa la valorizzazione dell’enoturismo tramite Vinitaly Tourism, quale strumento di relazione tra territori, imprese e nuovi pubblici internazionali”.

Al comparto fieristico, si affiancano le attività promosse dalle organizzazioni consortili. Anche se attualmente il mercato indiano “non rappresenta in termini numerici una fetta significativa delle nostre esportazioni, vi prestiamo una certa attenzione da diversi anni in quanto ne consideriamo la potenzialità”, ha dichiarato Carlotta Gori, direttrice del Consorzio del Vino Chianti Classico. “Ci auguriamo che le modifiche normative in atto, possano portare agevolazioni per l’ingresso dei nostri vini, abbinato ad attività promozionali consortili”.

In conclusione, l’accordo commerciale in fase di elaborazione potrebbe creare le condizioni favorevoli per l’espansione delle esportazioni italiane, riducendo i dazi e aprendo nuovi canali di mercato. Tuttavia, il successo del sodalizio dipenderà dalla capacità delle aziende italiane di superare ostacoli normativi e culturali, costruendo una narrazione convincente sulla qualità e le tradizioni dei prodotti nazionali. Se gestito con attenzione, questo mercato potrebbe diventare un pilastro fondamentale per l’agroalimentare italiano nei prossimi anni.

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