Nati in Giappone tra gli anni ’50 e ’60, i locali che ruotano intorno al suono ormai imperversano ovunque e sono approdati anche in Italia, in una declinazione sempre più ibrida e ‘sociale’.
Bere bene, sì, ma a ritmo di musica. È questo l’obiettivo dei listening bar, tra i format più in voga del momento. Ma cos’è, innanzitutto, un listening bar? Non si tratta di un locale qualunque che scelga con cura la playlist da mettere in sottofondo, ma un vero e proprio format che fa della musica, oltre che della proposta food e – soprattutto – drink, il proprio fiore all’occhiello. E che, a dispetto di quanto si potrebbe pensare vedendone il prosperare negli ultimi anni, affonda in realtà le radici ben più lontano e non pochi decenni addietro: i listening bar, infatti, storicamente nascono negli anni ‘50 e ‘60 in Giappone con il nome di ‘jazz kissa’, come spazi caratterizzati da un impianto stereo in grado di garantire un’acustica ottimale e una vasta e curata selezione di vinili, in particolare di musica, appunto, jazz. Il risultato era, ed è tuttora, un’atmosfera sofisticata e raffinata, quasi contemplativa, come ben tratteggia nei suoi romanzi lo scrittore nipponico Haruki Murakami.
Ma negli ultimi anni, mutatis mutandis, i listening bar, così si chiamano in Europa e America, si sono imposti sempre più prepotentemente anche al di fuori dei confini del Paese del Sol Levante, animando la vita notturna delle grandi città con la loro energia intima, accogliente e ricercata. E sono arrivati fino all’Italia: tra le metropoli più interessate dall’ampliarsi del fenomeno, infatti, c’è indubbiamente Milano, spiccatamente sensibile ai trend – anche e soprattutto enogastronomici – e con una scena già nutrita ed eterogenea di insegne che lo incarnano.
un intrattenimento sinestesico
Ben lontani dalle luci stroboscopiche delle discoteche che impazzavano tra gli anni ‘90 e i primi Duemila, i listening bar sono invece immersi in un’atmosfera soffusa e in cui certamente non si balla ma perlopiù si beve, si mangia e si socializza. A differenza del loro archetipo originario, sono meno puri e più contaminati nel combinare concept e proposte diverse, tutte con le proprie specificità. Tra i nomi più vicini all’originale matrice asiatica del genere all’interno della scena milanese, situato nel cuore di Paolo Sarpi, figura senza dubbio House of Ronin: progetto del gruppo Salva Tu Alma, si tratta di una realtà ibrida e multifunzionale, che si sviluppa su tre piani spaziando tra diverse esperienze gastronomiche e di fruizione. Al piano terra si trova, appunto, il listening bar che sfoggia un impianto hi-fi vintage targato Klipsch e gode del menu della trattoria Piccolo Ronin. Spostandosi verso i Navigli, invece, tradizionalmente sede della movida più giovane del capoluogo lombardo, ci si imbatte in Futura, un cocktail bar che ruota proprio intorno alla selezione musicale diffusa in uno spazio in cui risuona soprattutto la musica elettronica.
Ma qual è l’audience a cui si rivolgono questi spazi? Eterogenea e trasversalmente interessata alla qualità, attraverso tutti e cinque i sensi. “Il nostro è un pubblico molto trasversale, di amanti della musica e appassionati da una parte, dall’altra un target più attento al food, senza tralasciare chi in generale ha voglia di bersi un drink in un posto piacevole ascoltando della buona musica”. A parlare è Marco Sala, che ha raccontato a Pambianco Wine&Food di Mogo, il listening bar aperto pochi mesi fa nel quartiere Isola. Sala è founder del festival Polifonic, uno dei main partner di Mogo insieme a Burro Studio, entrambi responsabili della selezione musicale che fa da sottofondo al locale dall’aperitivo al dopocena. “Il modo di fruire la musica si è evoluto negli anni”, prosegue Sala. “Il nostro intento non è quello di offrire un luogo di evasione, al contrario un luogo dove tutti e cinque i sensi possano godere di un’esperienza unica grazie all’offerta di Mogo”. E a proposito del confronto con i nightclub, specifica: “L’offerta di Mogo è totalmente diversa da quella delle discoteche anni ‘90: più completa e per un target a livello anagrafico tendenzialmente più alto”. Lo dimostra anche la scelta di reclutare lo chef Yoji Tokuyoshi, noto in città per le insegne di Bentoteca, Katsusanderia e Pan, che affianca in cucina l’executive Simone Montanaro.
Arricchisce ancora la riflessione di Carla Morogallo, direttrice generale di Triennale Milano, che ha recentemente ampliato la propria offerta con Voce, nuovo spazio indipendente dedicato proprio alla musica e al suono e dotato di un cocktail bar gestito da T’a Milano. “Se al centro dell’esperienza delle discoteche c’era la questione dello svago, la volontà di evadere dall’appiattimento quotidiano grazie alla combinazione di stimoli sonori e luminosi sempre più potenti, oggi si avverte in qualche modo la necessità opposta, quella di rallentare il flusso inesauribile degli stimoli per tornare a riscoprire, qui e ora, un’esperienza straordinaria come quella dell’ascolto. Resta il fatto che, in entrambi i casi, la dimensione aggregativa è fondamentale: un elemento che, come Voce e come Triennale in generale, vogliamo sicuramente valorizzare”.
Indubbiamente sui generis rispetto ai listening bar in senso stretto, Voce è meritevole d’interesse proprio per la sua genesi all’interno di un’istituzione culturale, grazie alla quale beneficia di una pluralità di stimoli multidisciplinari. Inoltre, vanta una location d’eccezione, uno “spazio storicamente legato alla musica”, racconta ancora Morogallo, e in cui gioca un ruolo chiave il design, dietro cui c’è la firma di Ar.ch.it Luca Cipelletti.
Interessante e indicativo della fortuna, recentemente importata anche nel Belpaese, di cui stanno godendo i listening bar, anche il caso di Gesto. Nato nel 2016 nel cuore del quartiere Porta Venezia, dall’idea dell’imprenditrice umbra Martina Lucattelli – ora affiancata dai soci Fabio Lucarelli e Anna Ardò – come tapas e cocktail bar, lo scorso anno il locale ha cambiato veste, evolvendo la propria proposta gastronomica e integrando anche un’area musicale. Proprio lì campeggia la scritta al neon ‘Disco Malinconia’, tra playlist nostalgiche e luci soffuse. Lo spazio, con un’anima da listening bar ora integrata alla proposta complessiva del ristorante, permette di ascoltare musica tutta la settimana, in un palinsesto che spazia tra i generi. Centrale, dunque, quantomeno nell’interpretazione made in Italy dei listening bar, la fluidità di suggestioni, declinazioni ed esperienze proposte al consumatore, o meglio, ai consumatori più diversi.
“A mio avviso il fenomeno dei listening bar nasce dall’esigenza dei clienti di avere sempre più dei momenti creati ad hoc per loro dove la musica, la proposta beverage e l’ambiente si raccontano insieme, in un contesto in cui il bar diventa un vero e proprio brand”. A parlare è Riccardo Giraudi, AD del gruppo di cui porta il nome, già noto a Milano per il Beefbar di cui il più recente opening, Rumore, è il gemello. Anch’esso nella prestigiosa cornice di Portrait Milano, Rumore ha l’anima di un american cocktail bar, che all’arte della mixology affianca un’attenzione speciale dedicata alla musica, come testimonia il nome stesso con cui il locale è stato battezzato. Il risultato è “un ambiente di design curato, ma confortevole, una selezione musicale trasversale e varia, drink ben bilanciati e una proposta di street food a marchio Beefbar che completa l’esperienza anche sul versante gastronomico”. Un concept, dunque, che nei piani dell’imprenditore potrebbe diventare “un vero e proprio format da replicare a livello italiano e internazionale”, ha anticipato. Secondo Giraudi, i listening bar raccolgono il testimone delle discoteche di non cui rappresentano, però, il tentativo di un ritorno nostalgico ma “un’evoluzione”, rinnovata in “target, format ed esperienza del cliente finale”. E avvicinando la lente d’ingrandimento sull’Italia e Milano, in particolare, “si cerca tendenzialmente una proposta di livello, ma accessibile, che faccia sentire l’utente parte di una scena, non solo di un locale”. Ma anche un luogo in cui socializzare durante un tempo libero sempre più risicato, lontani dall’ascolto solitario dei jazz kissa asiatici più tradizionali.
in fuga dalla città
Alternativa alla movida più chiassosa, i listening bar offrono una proposta più sussurrata e in linea con le esigenze di un pubblico che, nella giungla delle grandi città, è in cerca di un intrattenimento più soft e studiato. Ma non si tratta, come abbiamo visto, di una nicchia, né in termini anagrafici né in termini di status: unici comuni denominatori, l’interesse per la buona musica e una drink list soddisfacente. A rappresentarne il profilo è perlopiù un fruitore cittadino, sia nel Giappone che al format ha dato i natali, sia in Occidente, che cerca uno spazio di ‘rumore controllato’. In Europa e America i listening bar hanno poi assunto una connotazione più ibrida e, nel panorama italiano e milanese, anche sociale: ne è dimostrazione una scena di locali con formule estremamente diverse tra loro e, sebbene ‘musicacentriche’, foriere di più stimoli e capaci così di accogliere anche avventori estemporanei.
Da Londra a Berlino, da Amsterdam a Milano, nelle metropoli europee i listening bar nel corso degli ultimi cinque anni hanno presidiato le aree della nightlife. Alcune insegne sono diventate già delle vere e proprie icone. Tra queste, per esempio, c’è Bambino a Parigi. Situato nell’XI arrondissement della Ville Lumière, si tratta di un’enoteca con uno spirito affine ai jazz kissa ma che, al contempo, strizza l’occhio anche ai club londinesi. A Bucarest sorge il Bar Ton che, progettato dai designer locali Anda Zota e Muromuro Studio, unisce la modernità della proposta musicale con l’estetica più che vintage di un edificio di architettura sovietica. O ancora il berlinese Rhinoçéros, omaggio alla cultura giapponese e che dal 2014 combina musica jazz, blues, soul e funk a una carta dei vini selezionatissima. Oltremanica brilla Spiritland, a Londra, capitale europea (e non solo) della musica e che intorno a questa, religiosamente, ruota. E infine dove, se non a Tokyo, poteva trovarsi forse il listening bar più famoso, il Bar Bonobo: un vero e proprio tempio del suono ma anche un ritrovo di quartiere, tra avanguardia e prossimità, a riassumere il senso dell’intero format.
di Laura Bittau
