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Il Friuli-Venezia Giulia del vino

Credits to Felluga

Il Friuli-Venezia Giulia del vino

by Alessandro Franceschini
20 Ottobre 2024

Tante anime, una storica vocazione bianchista e una grande frammentazione produttiva e varietale. Lo stato dell’arte della produzione vitivinicola in Friuli-Venezia Giulia.

Una regione di confine, ricca di identità differenti, se non quasi contrapposte e quasi impossibile da ingabbiare in facili generalizzazioni. Una peculiarità, questa, in realtà presente anche in altri distretti vitivinicoli italiani, ma che in Friuli-Venezia Giulia trova probabilmente una delle sue massime rappresentazioni. “È una regione estremamente frastagliata e al suo interno si muovono diverse direttive, che possono essere sia di mercato che di recupero di artigianalità”. A raccontare a Pambianco Wine&Food alcune delle tante linee di interpretazione della produzione regionale – in media due milioni di ettolitri l’anno, quattro Docg, 12 Doc e tre Igt – è Matteo Bellotto, responsabile della promozione dei vini e dei territori di Uni.Doc Fvg, il consorzio che riunisce quelli presenti in regione.

Piccoli e grandi, frammentazione e concentrazione

“In Friuli-Venezia Giulia – spiega Bellotto – ci sono poco meno di 30mila ettari vitati, divisi all’interno di 66 varietà, anche se le prime due, Pinot Grigio e Glera, fanno il 50% della produzione totale”. Due varietà, queste ultime, posizionate soprattutto nelle denominazioni di pianura a ridosso di un vicino di casa imponente dal punto di vista quantitativo come il Veneto. “Nelle storiche denominazioni di collina lo scenario è invece molto più eterogeneo, con la presenza di una parte importante delle varietà autoctone”. Anche osservando lo scenario aziendale, emerge una notevole dicotomia: “poche grandi realtà, circa il 13%, producono il 70% del vino di questa regione, mentre il restante 87% è in mano a piccole, se non piccolissime, cantine”. Inoltre, “in media, un’azienda di questa regione, produce vini da circa 14 varietà”. L’export? “Si attesta in media poco sopra il 50%, con gli Usa che recitano naturalmente un ruolo fondamentale, ma che è strettamente legato a quelli che possiamo chiamare paesi di prossimità, come Germania, Austria e Svizzera  conclude Bellotto. Si sta però aprendo uno scenario interessante anche in Paesi dell’est Europa, soprattutto Polonia e Repubblica Ceca”.

La più grande è una cooperativa

La più grande realtà del Friuli-Venezia Giulia è una cooperativa di primo livello nata nel 1931 a Casarsa della Delizia, tuttora cuore della trasformazione e dell’imbottigliamento, con un’azienda agricola a Pantianicco e un polo logistico a Zoppola. Quelli de La Delizia Viticoltori Friulani sono numeri importanti per la regione: 400 soci, duemila ettari vitati (600 dei quali di Glera e altri 700 di Pinot Grigio), 250mila ettolitri di vino prodotti all’anno che danno origine a 23 milioni di bottiglie suddivise in più linee, tra le quali quella denominata Sass Ter per vini fermi e Naonis per gli spumanti, dove spiccano molte tipologie di Prosecco. E anche i conti crescono di anno in anno: i ricavi complessivi del 2023 sono arrivati 67,5 milioni di euro, in costante crescita, e con un balzo del 38% rispetto al 2019. “La crescita è dovuta a un grande lavoro del gruppo nel suo complesso”, spiega il direttore Mirko Bellini. “Abbiamo una struttura leggera, qualità, servizio, nonché individuato percorsi di mercato in Italia e all’estero attraverso gli spumanti”. Sono proprio le bollicine, a partire dal Prosecco, a pesare circa l’85% del fatturato complessivo, con circa 20 milioni di bottiglie tutte provenienti dal Friuli. Bene anche l’export, che pesa il 55%, con in cima paesi come Usa, Germania, Regno Unito e Russia.

La prima della classe tra i privati

Con più di 300 ettari di vigneto di proprietà, un export che arriva in 94 Paesi, la più importante azienda privata presente in Friuli-Venezia Giulia è invece Fantinel, che nel 2023 ha raggiunto un fatturato di 24,5 milioni di euro, sostanzialmente stabile sull’anno precedente. Con sede a Tauriano, nei pressi dell’antico borgo di Spilimbergo, ha una produzione molto articolata che spazia all’interno di più denominazioni regionali con diverse tenute e linee: Tenuta Sant’Helena, Borgo Tesis e La Roncaia. “Il Friuli-Venezia Giulia è una delle regioni vinicole che più stanno attraendo il consumatore a livello internazionale, grazie alla capacità di proporre delle qualità e degli stili molto contemporanei, oltre che unici”, afferma il presidente Marco Fantinel. La crescita di interesse del mercato per i vini bianchi trova riscontro anche qui, grazie a una produzione che punta a vini “complessi, verticali, con spiccate note minerali e fresche e non troppo alcolici”.  A livello spumantistico, cresce l’interesse per le versioni sparkling di Ribolla Gialla, mentre sul fronte Prosecco ”seguiamo il trend della Doc che registra un aumento quantitativo del 3-4 per cento”. È notizia recente l’acquisizione della Vidussi Gestioni agricole a Capriva, nel Collio, con 30 ettari di vigneto e una cantina, ora in fase di ristrutturazione. “È un progetto in cui crediamo molto e che si pone l’obiettivo di portare Vidussi a una produzione di assoluta eccellenza, attraverso pochi, selezionati vini capaci di valorizzare al meglio la qualità della Doc Collio”.

L’importanza delle bollicine
Sempre a proposito di bollicine, anche per un’altra cooperativa del territorio, Prà della Luna, l’importanza di questa tipologia cresce costantemente. Nata dall’opera di Ferruccio Lunardelli e un gruppo di amici, nel 2015 è diventata cooperativa con l’arrivo di altre famiglie e soci, per un totale di 18. Oggi Prà della Luna ha a disposizione mille ettari di vigna, che si trovano anche nel vicino Veneto, e due sedi aziendali, entrambe in provincia di Udine, a Talmassons e Pocenia. Nel 2023 il fatturato è stato di quasi 18 milioni di euro (contro i circa 22 dell’anno precedente) e l’export ha raggiunto il 25% con una produzione che arriva a 400mila bottiglie con 11 referenze, anche se l’obiettivo, entro il 2026, è di raggiungere il milione e arrivare in 30 Paesi. “La nostra azienda fonda le sue prospettive di crescita sulle bollicine con l’obiettivo di valorizzare le tipologie già in essere e di creare nuovi prodotti come tipologie con dosaggi inferiori al fine di raggiungere palati più evoluti e ricercati” spiega l’azienda. “Nel futuro dovremmo ricominciare a valorizzare la Ribolla Gialla Spumante al fine di dare a questo generoso vitigno la giusta collocazione nei vari mercati”. 

Vocazione bianchista

Il Friuli-Venezia Giulia è storicamente una delle roccaforti della produzione bianchista italiane con circa l’85% dedicato a questa tipologia sia con varietà autoctone che internazionali. Una caratteristica che sembra sposarsi perfettamente con l’attuale tendenza di mercato che vede salire la richiesta di vini bianchi rispetto a quelli rossi. “Certamente non mi rallegro per il calo dei consumi dei vini rossi, ma il fatto che si accenda qualche riflettore in più sui vini bianchi non può che darmi soddisfazione”, spiega Andrea Felluga, AD e responsabile della produzione della storica cantina fondata dal padre Livio, considerato uno dei pionieri della moderna enologia tricolore. 

L’azienda, con sede a Brazzano di Cormóns – 242 ettari, inclusi i 30 dell’Abbazia di Rosazzo in affitto dall’Arcidiocesi di Udine – produce quasi un milione di bottiglie ogni anno e nel 2023 ha sfiorato i 13 milioni di euro di fatturato, in linea con l’anno precedente. “Io non sono però in grado di dire se questo sia un fenomeno congiunturale o se rappresenti il segnale di radicali cambiamenti nello stile di vita e di consumo delle persone. Se la tendenza fosse bere meno, bere meglio e bere bianco, certo non mi dispiacerebbe”.

È una tendenza di mercato che anche secondo Annalisa Zorzettig, proprietaria dell’omonima azienda di famiglia nata nel 1874 a Cividale, può essere molto interessante. “Il Friuli-Venezia Giulia è sempre stata una formica. Ha lavorato e operato sempre un po’, non voglio dire dietro le quinte, perché non è proprio così, ma certo non ha goduto di un grande marketing come altre regioni. Ora c’è la nostra rivincita”. L’azienda produce 800mila bottiglie su 120 ettari di proprietà da vitigni autoctoni e il 45% è destinato all’export, principalmente negli Stati Uniti e in Germania. “Credo che se sia i produttori di collina che di pianura lavorano bene, tutta la regione potrà beneficiare di questa situazione”. 

Se l’investimento arriva ‘da fuori’ 

La necessità di incrementare il proprio portafoglio di bianchi ha portato uno dei principali gruppi del vino italiano a investire in questa regione. Nel 2021, infatti, Antinori ha acquisito la maggioranza delle quote societarie – pari al 75% – di Jermann, tra le più rinomate aziende della regione. Il vino bianco Vintage Tunina fu definito da Luigi Veronelli “il Mennea dei vini”. Cesare Pillon incoronò Silvio Jermann, nel 2000, dalle pagine di Civiltà del bere, come il più rappresentativo vignaiolo della regione e ancora nel 2016, il Gambero Rosso, come il produttore più rappresentativo dei vini bianchi italiani nel mondo. È quasi impossibile citare i tantissimi riconoscimenti che l’azienda Jermann, a partire dalla rivoluzione impressa da Silvio Jermann negli anni ’70, ha accumulato nel tempo. Con sedi sia a Villanova che a Ruttars e circa 170 ettari di vigneti di proprietà, questa storica realtà ha visto i suoi ricavi crescere dai 15 milioni di euro di tre anni fa (ovvero quando è stata acquisita da Antinori) ai 19 dell’anno successivo sino ai 19,5 del 2023, con un ebitda del 52 per cento. L’Italia continua ad essere il mercato di riferimento e assorbe il 65% delle vendite, ma il restante 35% vola in 80 Paesi, a partire da Germania, Stati Uniti e Regno Unito. Non mancano gli investimenti: in vigna è in atto un piano di rinnovamento degli impianti e nella storica cantina di Farra è partita una ristrutturazione che ha ricadute su vinificazione, imbottigliamento e logistica.

La sfida della leggerezza e della bevibilità

Se il Friuli-Venezia Giulia certamente non ha problemi a offrire una vasta gamma di vini bianchi al mercato, il discorso diventa più complesso quando la richiesta è quella di una minor struttura e di una cosiddetta maggior ‘bevibilità’, argomento da maneggiare e interpretare con attenzione considerando, come sottolinea ancora Matteo Bellotto, che in questa regione esiste una viticoltura che anche per ragioni intrinseche, dona inevitabilmente anche corpo e ricchezza. 

Per andare incontro alle nuove tendenze di mercato, c’è chi ha puntato su un rosé da uve Schioppettino e una Malvasia non filtrata con metodo ancestrale. Inoltre, “abbiamo messo in essere una serie di interventi sia in vigna sia in cantina per velocizzare il più possibile il percorso dalla raccolta alla pigiatura dell’uva con l’obiettivo di avere mosti più freschi”, racconta Riccardo Polegato, esponente dell’omonima famiglia composta da Giorgio, Giorgia e Luana, che nel 2023 ha rilevato la cantina La Viarte nei Colli Orientali del Friuli, 13 ettari di bosco che circondano la cantina e i 24 ettari di vigneto a corpo unico. 

L’attenzione alla fase di vendemmia così da sviluppare vini ‘bevibili’ dal punto di vista della freschezza è portata avanti anche da Radikon, sebbene “questa moda e tendenza a produrre vini più leggeri noi non l’abbiamo mai cavalcata”, spiega Saša Radikon, che porta avanti il lavoro del padre Stanko, scomparso nel 2016, tra i pionieri nella produzione dei cosiddetti ‘orange wine’ in questa regione così come in Italia. “Noi facciamo i vini quando l’uva raggiunge il giusto grado di maturazione. Comunque, con la nostra linea S andiamo in fondo incontro a questa esigenza, perché con minor macerazione sulle bucce creiamo vini più facili e bevibili da questo punto di vista”, spiega Radikon.

Proprio l’attitudine di una certa zona della regione – quella delle Grave – a produrre vini freschi e poco alcolici ha portato qui l’azienda Martellozzo. Le origini sono in Veneto, nel padovano e risalgono al 1899, quando Giovanni Martellozzo dà il via a una piccola produzione di vino sfuso e negli anni ’50 inizia la commercializzazione in bottiglia. Poi il figlio Mario la fa crescere con l’export e  infine la figlia Piera Martellozzo, tuttora al timone, prende in mano le redini dell’azienda a soli 29 anni nel 1992. “Perché il Friuli-Venezia Giulia? Perché la zona delle Grave è bella, affascina, ha un terroir particolare ed è in grado di produrre i vini freschi e dal basso contenuto alcolico”, spiega l’imprenditrice ripercorrendo le tappe che l’hanno portata a sbarcare anche in questa regione trasferendo la sua sede. Oggi il 50% della produzione arriva dal Friuli-Venezia Giulia e l’azienda, che nel 2023 ha fatturato 12,2 milioni di euro, esporta oltre il 50% con una diversificazione delle linee e dei mercati attraverso più brand: Piera 1899, Martellozzo, Blu Giovello e infine una piccolissima percentuale dedicata alle private label. L’attenzione al mercato è costante e se il territorio delle Grave sembra perfetto per andare incontro alla richiesta di vini con maggior leggerezza e bevibilità, non manca il desiderio di sperimentare anche nuove vie, come quelle del no alcol con lo Spumante Zerodizero,però realizzato con una tecnica differente rispetto a quelle utilizzate di solito nella produzione dei dealcolati. “I primi riscontri sono estremamente positivi. C’è molta attenzione in questo segmento di mercato come c’è anche molta attenzione a quello che è il mondo del cocktail”, chiosa la titolare dell’azienda. 

Colline da tutelare ed enfatizzare con sostenibilità e turismo

In una regione dove la superficie biologica dedicata alla vite nel 2022 (fonte dati: Sinab, Rapporto Bio in cifre 2023) è cresciuta del 19%, l’attenzione alla sostenibilità non è ovviamente secondaria. “È la grande sfida della nostra, e probabilmente anche della prossima, generazione”, afferma su questo punto Andrea Felluga. “Essendo agricoltori, siamo in prima linea e anno dopo anno osserviamo l’estremizzazione del clima. Ciò che possiamo fare è innanzitutto sviluppare la complessità del nostro ecosistema”. 

“Le viti non si possono prendere e spostare da un punto all’altro della collina in base agli andamenti climatici o eventi atmosferici”, afferma Luigi Collavini, direttore commerciale dell’omonima azienda nata nel 1896 a Rivignano, in provincia di Udine. 

“Con il tempo bisognerà cercare delle strategie legate magari a delle varietà o a dei cloni più adatti a climi più caldi. Per ora l’unica strategia che possiamo mettere in atto è quella di raccogliere l’uva un po’ in anticipo rispetto agli anni scorsi”. Nel frattempo l’azienda, che nel 2023 ha registrato un fatturato appena sopra i 5 milioni di euro e ha una produzione che mediamente si attesta intorno a 1,5 milioni di bottiglie, il 50% delle quali esportate in Canada, Usa, Germania, Regno Unito, Thailandia e Giappone, porta avanti un piano di espansione proprio su queste colline che “per geologia, clima, e tradizione possono produrre dei vini capaci di competere con qualsiasi area vitivinicola bianchista del mondo”. Da qui l’idea di cercare piccoli appezzamenti al di qua o al di là del confine politico che divide l’Italia dalla Slovenia. “Vogliamo dare vita a vini molto ambiziosi che vorranno segnare una nuova fase di vita della nostra pluricentenaria azienda. Proprio in questi giorni di vendemmia stiamo preparando dei vini che presenteremo al Vinitaly 2026, che nella nostra testa saranno dei vini che stupiranno tutti e noi per primi”.

La valorizzazione del territorio, per Collavini, passa anche dall’enoturismo, con L’Osteria della Ribolla, nata quasi 20 anni fa. “Nacque quasi per caso, trasformando un piccolo spaccio aziendale in un’osteria, conclude Luigi Collavini. “Siamo rimasti sorpresi dal successo che questa iniziativa ha avuto negli anni, dovuta sicuramente dall’appeal del marchio ma anche dalla qualità dei nostri vini, per non dimenticare la bravura dei nostri gestori”.

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