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I top player del vino italiano hanno chiuso il 2025  con ricavi in calo del 3,4%

I top player del vino italiano hanno chiuso il 2025 con ricavi in calo del 3,4%

by Redazione
24 Giugno 2026

Così come lungamente preannunciato nel corso degli ultimi mesi, il 2025 si è rivelato essere un anno tutt’altro che roseo per il vino italiano. Osservando i primi 15 produttori per fatturato evidenziati dall’analisi Pambianco sulla base dei bilanci raccolti dalla Camera di commercio o direttamente dalle aziende, emerge come solo una cantina abbia registrato un effettivo aumento dei ricavi, mentre sette aziende hanno mantenuto una sostanziale stabilità, con scostamenti minimi, sia in positivo sia in negativo, rispetto all’anno precedente. Altre sei, invece, scontano flessioni che arrivano fino alla doppia cifra. Per una cantina, infine, il fatturato non è stato reso noto poiché l’esercizio fiscale è stato chiuso lo scorso 31 maggio. Nel complesso, il paniere dei dati disponibili ha registrato un calo del 3,4% rispetto al 2024.

“Nel 2025 i risultati delle aziende riflettono in modo piuttosto diretto un contesto di mercato influenzato da due principali fattori esogeni”, ha commentato Alessio Candi,  consulting & M&A director Pambianco. “Il primo riguarda l’evoluzione dei comportamenti di consumo, con una riduzione complessiva dei volumi e una progressiva trasformazione del mix verso vini più leggeri, una maggiore diffusione dei rosati e una crescente attenzione a gradazioni alcoliche più contenute. Il secondo elemento è di natura geopolitica. Nel corso dell’anno hanno inciso le tensioni commerciali e, in particolare, l’impatto dei dazi statunitensi, considerando il peso degli Stati Uniti come primo mercato di sbocco per molti operatori del settore”. 

Questo ha avuto notevoli ripercussioni in primis sull’export mondiale, con scambi globali che hanno registrato una contrazione del 6,7% a valore (a 33,8 miliardi di euro) e del 4,7% a volume (a 94,8 milioni di ettolitri), secondo l’ultimo report pubblicato dall’Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino (vedi pagina 6). In questo contesto, l’Italia ha registrato esportazioni per 7,78 miliardi di euro nel 2025, pari a una flessione del 3,7%. Una performance che, come spiegato da Unione italiana vini, è stata fortemente condizionata dai dazi statunitensi e dalle dinamiche da essi innescate nel secondo semestre, come la svalutazione del dollaro.

“Il 2025 ci ha messo alla prova con un’intensità senza precedenti”, ha dichiarato Giacomo Ponti, presidente di Federvini. “Prima i dazi reciproci, poi la loro sospensione, infine l’attuale regime al 10% in vigore fino al 24 luglio. Ora è fondamentale che la ratifica dell’accordo Ue-Usa si concluda rapidamente: non possiamo pensare di sostituire il mercato americano, ma possiamo e dobbiamo diversificare, innovare, presidiare i tavoli europei con ancora più determinazione”.

AL TOP SEMPRE CANTINE RIUNITE & CIV

Tornando alla classifica, si conferma al primo posto per distacco il gruppo Cantine Riunite & Civ, che comprende Cantine Riunite & Civ, la controllata Gruppo Italiano Vini e le società estere di distribuzione, quali la francese Carniato e la statunitense Frederick Wildman & Sons. I ricavi netti consolidati si sono attestati a quota 625 milioni, in flessione del 6% sull’anno precedente. “È necessario inquadrare i risultati dell’intero settore nel contesto attuale, che non è soltanto macroeconomico ma riguarda anche le dinamiche specifiche del mondo del vino e dei principali mercati di destinazione”, commenta Francesca Benini, sales and marketing director di Cantine Riunite & Civ. “Negli Stati Uniti, da sempre uno dei mercati chiave del vino italiano, non si registra solo l’impatto dei dazi, ma soprattutto un cambiamento strutturale nelle abitudini di consumo: si osserva una tendenza a bere meno vino, a favore di prodotti zero alcol e di altre categorie beverage come i ready-to-drink o le bevande a base cannabis. Questo fenomeno contribuisce a ridisegnare la domanda”. La flessione statunitense, e in particolare i dazi, hanno inciso anche sull’ebitda del gruppo, passato da 52,6 milioni a 41 milioni. 

Più in generale, “si rafforza la tendenza alla ricerca di prodotti convenienti o in promozione. In questo scenario il vino assume sempre più le caratteristiche di un prodotto ‘premium’, una gratificazione legata a occasioni specifiche di consumo, perdendo progressivamente la dimensione di consumo quotidiano. Questo andamento è evidente sia in Italia sia nel resto d’Europa e aiuta a spiegare la flessione complessiva del settore”.

“Il 2026 – conclude Benini – si è aperto in un contesto geopolitico complesso, con tensioni che si sono acuite prima in America Centrale e poi con il conflitto in Iran. Uno scenario tutt’altro che rassicurante per il settore. La speranza è che con la progressiva risoluzione di questi conflitti possa gradualmente tornare fiducia tra i consumatori, restituendo slancio a una domanda che oggi sconta inevitabilmente le incertezze del momento”.

UN SOLO SEGNO ‘PIÙ’

Chi registra la crescita maggiore, pari al 3,4%, è Terre Cevico che, con 213 milioni di euro, si colloca al nono posto della classifica. Va ricordato che la cooperativa con sede in provincia di Ravenna chiude l’anno fiscale il 31 luglio, il che le ha permesso di evitare il duro contraccolpo registrato dall’export italiano nel secondo semestre. Le esportazioni generano 71 milioni per Terre Cevico, con Regno Unito, Giappone e Svezia come prime destinazioni. Sulla sua performance di crescita ha inciso in primis l’aumento delle vendite dell’imbottigliato sul mercato domestico, salite a quota 89 milioni (su un totale confezionato pari a 160 milioni), con un +5,8% sull’anno precedente, grazie sia alla grande distribuzione, che ha realizzato ricavi per 55,8 milioni (+11%) sia all’Horeca, che è cresciuta del 28% a 16,3 milioni. Allo stesso modo, il vino sfuso, sommando i fatturati Italia ed export, ha riportato un +7,5 per cento. Bene anche l’utile netto a quasi due milioni (+25%) e il plusvalore per i soci a 8,3 milioni (+1,2%).

TANTi in SOSTANZIALE STABILITÀ

Come anticipato, circa la metà delle aziende ha mantenuto livelli di fatturato sostanzialmente invariati. Scorrendo la classifica dall’alto in basso, il primo tra questi – posizionato al secondo posto – è Argea con 462 milioni (-0,6%). Il gruppo ha mantenuto il risultato “nonostante la difficile situazione geopolitica, motivo per cui siamo molto orgogliosi”, spiega Massimo Romani, CEO del gruppo controllato a maggioranza dal fondo Clessidra, e partecipato dalle famiglie Botter e Martini e da Marcello Zaccagnini. Lo scorso anno “siamo partiti molto bene nel primo trimestre, grazie al riassortimento di prodotti effettuato dagli importatori in virtù degli annunci sui dazi americani, mentre la seconda parte dell’anno è andata più a rilento”. In generale, gli Stati Uniti “hanno influenzato anche l’andamento delle altre geografie. In Canada, ad esempio, è stato l’anno in cui abbiamo performato meglio”.

Segue poi un paniere molto eterogeneo per posizionamento e tipologia di prodotto offerto: Marchesi Antinori al quinto posto con 263 milioni (+0,2%), Herita Marzotto Wine Estates alla sesta posizione con 247 milioni (-0,6%), Mezzacorona al decimo posto con 213 milioni di euro di ricavi (+0,3%), Mack & Schühle Italia all’undicesimo scalino con 206 milioni (+0,1%), Fratelli Martini Secondo Luigi al 13esimo posto con 198 milioni (-1%) e Mionetto con 180 milioni (-0,5%) al 15esimo posto.

PIOVONO SEGNI ‘MENO’ 

Ai piedi del podio si trova Italian Wine Brands che ha chiuso il 2025 in leggero calo, con ricavi consolidati per 395,9 milioni (-1,5%), a fronte però di volumi in aumento del 3,65% a 158,7 milioni di bottiglie. Una variazione, quella sul fatturato, “dovuta ai risultati del canale distance selling (50,8 milioni, in calo del 12,54%) penalizzato in particolare dall’andamento delle vendite telefoniche e tramite postalizzazione e alla lieve contrazione delle tariffe nel canale wholesale, dove prosegue il riposizionamento dei prezzi di mercato avviato dall’inizio del 2023. Quest’ultimo, che rappresenta la larga parte delle vendite con 282 milioni, ha riportato una flessione dello 0,84 per cento. Di contro, il canale Horeca ha visto un aumento sia a valore sia a volume, rispettivamente del 6,2% a 63 milioni di euro e del 9,63% a 33 milioni di bottiglie. Osservando le geografie, si evince la sostanziale stabilità dell’estero (+0,45%) a 329,7 milioni, a cui fa da contraltare il -10,18% registrato dall’Italia, che ha chiuso l’anno con 66,1 milioni di ricavi.

In calo anche Caviro (-8,8%), La Marca Vini e Spumanti (-6,5%), Collis Veneto Wine Group (-7,6%) e, come già anticipato, Cantine Riunite & Civ.

Il segno meno più importante è quello registrato da Zonin1821, realtà veneta guidata dalla famiglia Zonin e partecipata da 21 Invest di Alessandro Benetton, che si posiziona al 14esimo posto con ricavi stimati per 183 milioni, in calo del 12,6 per cento. Il gruppo, che conta vigne e cantine in Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Puglia e Sicilia, a cui si aggiunge una presenza in Cile, sta attraversando un momento complesso che l’ha portato, lo scorso aprile, ad avviare la procedura di composizione negoziata della crisi. Una decisione che servirebbe ad alleggerire i debiti – pari a 83 milioni di euro – e ad implementare un piano di rilancio a tre anni. Quest’ultimo pone particolare attenzione a fatturato e marginalità, sia a livello di prodotto che di canale distributivo. Allo stesso modo, è prevista una razionalizzazione delle strutture produttive agricole del gruppo, dopo la ven­dita, a marzo, di Barboursville Vineyards in Vir­gi­nia, negli Stati Uniti.

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