La produzione italiana dei vini dealcolati registrerà un +60% nel 2025 e la quota produttiva maggioritaria sarà rappresentata da zero alcol (83% contro il 17% di low alcol) e, come tipologia, dagli spumanti. È quanto emerge dal sondaggio del nuovo Osservatorio dealcolati di Uiv-Vinitaly relativo al panel sui principali produttori italiani del segmento.
Tra i mercati più strategici emergono Nord America, Germania, Paesi Nordici ed Est Europa. Secondo le stime dello studio Non-Alcoholic Wine Market di Fact.Mr, il mercato dei vini alcol free vale complessivamente 2,57 miliardi di dollari (circa 2,48 miliardi di euro) ed entro il 2034 arriverà a quasi sette. Considerando il solo mercato americano, così come afferma Nomisma su dati Niq (anno terminante marzo), nel 2024 in Usa sono state vendute 4,6 milioni di bottiglie di vino no alcol e 2,5 sparkling nel canale off-trade, per un giro di affari di 62 milioni di dollari e un prezzo medio a bottiglia che oscilla dai 7,2 dollari dei vini con le bollicine ai 9,6 di quelli fermi. Negli ultimi due anni queste due categorie sono cresciute sul mercato americano rispettivamente del 16 e del 52 per cento.
In Germania, altro mercato fondamentale per l’export di vino italiano, anche se i tassi crescita degli ultimi anni sono più moderati, sono invece amati soprattutto gli spumanti senza alcol, che hanno raggiunto la quota di 18 milioni di bottiglie, alle quali bisogna sommare i 4,5 milioni di vino fermo per un totale di 73 milioni di euro di fatturato e un prezzo medio questa volta più basso, tra i 3,2 e i 3,5 euro, a causa del peso dei discount in questo canale.
“La nicchia produttiva è nella sua fase embrionale ma già si registra l’effetto positivo generato dal decreto di dicembre che disciplina le disposizioni nazionali sulla produzione della categoria”, commenta Paolo Castelletti, segretario generale di Unione italiana vini. “Prova ne sia che, oltre all’aumento dell’offerta, la gran parte delle imprese esprime l’intenzione di trasferire la produzione in Italia”.
Nel Belpaese, tra chi già produce vino dealcolato e chi si appresta a farlo, uno dei primi a esprimere un parere positivo sulla firma del decreto è stato Schenk Italia, azienda con sede a Ora, in Alto Adige, e con marchi e tenute anche in Toscana, Puglia e Veneto. “Adesso che anche in Italia sarà possibile produrre i vini dealcolati – ha affermato l’amministratore delegato Daniele Simoni – per Schenk Family Italia si apriranno scenari molto interessanti sia sotto il profilo delle economie di scala, che ci permetteranno di investire di più sui mercati per far conoscere questi prodotti, sia per quanto riguarda la flessibilità, la velocità e la sostenibilità di produzione”. Il gruppo produce tra le 50 e le 80mila bottiglie di vini e bevande dealcolate in Spagna, commercializzate per il 25% in Italia.
“Accogliamo con favore, in particolare, l’inserimento della possibilità di effettuare la produzione all’interno degli stabilimenti già esistenti, purché in aree separate dalla produzione tradizionale, evitando così la necessità di costruire nuove strutture come era stato inizialmente previsto”, afferma Massimo Romani, CEO di Argea, che nel 2024 ha lanciato otto etichette zero-alcol sotto i brand Zaccagnini, Barone Montalto, Asio Otus, Gran Passione e Doppio Passo per un totale di 500mila bottiglie. “Stiamo valutando un piano industriale per trasferire la produzione di vini no e low alcol in Italia, riconoscendo in essi un trend significativo, capace di avvicinare un nuovo segmento di persone al nostro settore”.
Chi si appresta a sbarcare sul mercato quest’anno è Italian Wine Brands (Iwb), il gruppo vinicolo privato italiano quotato alla borsa di Milano. “Nel 2025 usciranno i nostri primi prodotti senza alcol, che verranno commercializzati in tutta Europa, sia nella categoria ‘sparkling’, che in quella ‘fermi’, utilizzando dei brand noti ai consumatori (come ad esempio Grande Alberone)”, afferma il presidente e AD Alessandro Mutinelli.
